
Si tratta di una frase citata diverse volte da Oliviero Toscani, e per me è diventata il leitmotiv di come voglio approcciare la fotografia tanto da imprimerla come sfondo del mio smartphone per averla sempre di fronte come motivazione.
Dopo anni passati a cercare il consenso anche nella fotografia matrimoniale, dove se non hai questo consenso non lavori, mi sono stufato a doverlo ricercare facendo cose che non mi interessavano più.
Ho smesso anche di cercare per forza di fare una foto “bella”.
Un mio caro amico, tempo fa mi ha detto questa frase, che anche in questo caso è diventata un leitmotiv:
Oggi il mondo è pieno di foto belle, ma mancano foto che siano MIE.
Ed in effetti oggi i social sono piene di foto “wow”, anche se spesso sono foto totalmente vuote che si perdono nel fiume digitale. Che senso ha voler competere con tutta questa marsumaglia di immagini prodotte, spesso con filtri e preset preimpostati?
C’è un terreno in cui non c’è competizione perché tutti siamo esseri unici, ovvero quello delle foto in cui ci mettiamo noi stessi.
Il mio impegno oggi è proprio cercare di imprimere qualcosa di me stesso.
Ci riesco? Forse un pò, ma più probabilmente ancora no visto che conoscere la propria voce interiore non è facile e la ricerca del proprio “io” fotografico dovrebbe essere una delle cose più importanti a cui dedicarsi se si vuole crescere davvero come fotografo ma anche nella propria consapevolezza.
Il nostro Io fotografico cresce e cambia in base al trascorso personale, alle esperienze, alle priorità la nostra vita da in quel momento.
Ma come si fa a trovare la propria voce interiore?
Questa è una risposta che io non so dare, ci sono diversi professionisti che hanno la capacità di aiutarci a trovarla grazie ai loro corsi, una tra tante è Nausicaa Giulia Bianchi Nausicaa Giulia Bianchi, che gestisce un corso molto approfondito chiamato “the soul and the machine” e con la quale prima o poi vorrei iniziare un percorso volto proprio alla ricerca della propria voce”.
Personalmente, per il momento sto cercando di distaccarmi proprio dalla ricerca del consenso, dalla ricerca della foto bella.
Sto cercando di fotografare di pancia cercando di non “inquinare” le fotografie con costrutti mentali e schemi che ho già visto in altri autori, anche se comunque devono far parte del nostro bagaglio culturale.
Cerco di scattare con l’anima prima che in cervello e la ragione intervengano dicendomi se quella è una foto che può piacere oppure no. Come una birra non filtrata sto cercando di scattare in modo rude e grezzo senza ragionarci, delegando poi ogni ragionamento alla fase successiva, quella dell’editing.
Pur avendo pochi progetti su cui sto lavorando (praticamente uno solo) sto puntando l’attenzione alla Street Photography, seppur con dei forti limiti che dovrò affrontare ovvero l’incapacità di farlo in “casa” ma praticandola andando di proposito in grandi città perché (e questo è il mio attuale limite) per il momento mi sembra più facile, meno impegnativo ed un buon banco di prova per conoscermi.
Comunque… cosa sto scoprendo dalle foto che ho scattato?
Sto iniziando a trovare dei pattern che si ripetono. Pattern che dovrò valutare ed eventualmente correggere.

Forse per via del mio passato nel mondo del wedding, sto rilevando un pattern abbastanza chiaro, fatto di azioni grandi e piccole, reazioni emotive, piccoli gesti belli o brutti, momenti che appena scattati mi viene da pensare che non siano nulla di che ma che poi acquistano valore quando li riguardo perché apprezzo quel momento, spesso fatto di semplice quotidianità semplicità.
Mi sono accorto che nella street photography sono attratto proprio da queste piccole cose.
Ma c’è anche un altro pattern che si ripete spesso: il duo Personaggio femminile/Abbigliamento.

Appena ho collegato i fili tra le foto mi sono domandato il motivo di questo pattern e se fosse qualcosa da correggere.
Di certo è stata una rivelazione, qualcosa da cui partire, perché probabilmente è una parte della mia voce che sono riuscito a comprendere.
Mi sono reso conto di essere attratto da personalità femminili spesso con abbigliamenti abbastanza eccentrici, comunque fuori da quello che io classifico come “ordinario”.

E qui andrebbe approfondito quello che per me è “ordinario”. Ragionandoci ho capito, forse, il motivo.
La propria voce fotografia attinge dal proprio trascorso e dalle proprie esperienze. Io vivo in un piccolo paesino dove l’ordinario è proprio quella cosa che potrebbe essere scritta in qualsiasi vocabolario del 2000, dove è molto più difficile trovare personaggi che non hanno “timore” del proprio paesello dove le eccentricità spesso vengono soffocate.
Per me invece, quelle eccentricità attirano subito l’attenzione visto che sono abbastanza inusuali in contesti domestici.
Questo è un bene o un male?
Forse la mia voce interiore in questo caso è quella di un fotografo di paesello che si imbatte in cose nuove che nelle grandi città non sono poi cosi nuove?
Fa di questo lato della mia voce fotografica una cosa da correggere o che può essere qualcosa di veramente mio, e che quindi dovrei continuare ad alimentare o comunque a lasciar correre con il vento a favore?
Sono risposte che ancora non conosco, quello di cui quasi sicuramente sono certo che è che inizio ad intravedere qualcosa di quello che è oggi la mia voce fotografica, e penso che sia una discreta base da cui partire e su cui lavorare cercando di scrollarmi totalmente di dosso quella ricerca del consenso che genera mediocrità (e che probabilmente fa parte ancora di me).